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Dopo la Naspi si possono riscattare i contributi per la pensione? Come non perdere quota dell’assegno

📅 25 Agosto 2026✍️ di Gianfranco Quintarelli⏱️ 4 min di lettura

Quante volte ti avranno fatto questa domanda: “Gianfranco, dopo la Naspi posso riscattare i contributi per la pensione?” Bene, la risposta non è semplice come sì o no. È una di quelle situazioni dove il diavolo si nasconde davvero nei dettagli. Ho visto decine di lavoratori trovarsi in questa posizione, spesso confusi tra le opportunità concrete e i rischi reali di perdere parte dell’assegno pensionistico. Oggi cerchiamo di fare chiarezza insieme, perché conoscere le regole può davvero fare la differenza nel tuo portafoglio futuro.

Che cosa succede alla Naspi quando finisce?

La Naspi, come sai, è un sostegno temporaneo. In media dura 24 mesi, a meno che tu non abbia lavorato solo poco tempo prima della disoccupazione. Quando termina questa indennità, ti ritrovi senza copertura contributiva. È come se gli anni senza lavoro non contassero ai fini della pensione, e invece no: c’è una soluzione che pochi conoscono bene.

Durante la percezione della Naspi, l’INPS riconosce comunque una contribuzione figurativa. Significa che, sebbene non stai lavorando, il sistema contributivo continua a maturare una qualche forma di anzianità. Ma attenzione: quando la Naspi finisce, quella protezione cessa. Quello che accade dopo dipende dalle scelte che fai.

Il riscatto dei contributi: il vero dilemma

Eccoti al bivio. Terminata la Naspi, puoi decidere di riscattare a pagamento i periodi in cui non eri coperto da contribuzione obbligatoria. Suona complicato? Pensala così: è come se potessi comprare degli “anni di lavoro finti” per raggiungerci prima con la pensione.

Ma c’è il pero. Il riscatto ha un costo, talvolta piuttosto salato. L’INPS calcola questo prezzo in base a fattori specifici: gli anni da riscattare, l’importo della tua retribuzione media, l’età in cui decidi di riscattare. Non è una cifra fissa. Ho visto persone pagare anche 10-15mila euro per riscattare un paio d’anni.

Qui entra in gioco il rischio di perdere quota dell’assegno. Come è possibile? Quando riscatti con il metodo contributivo, l’importo della tua futura pensione viene calcolato applicando un coefficiente di trasformazione all’importo pagato. In periodi di tassi di interesse più bassi, il coefficiente è meno favorevole. Insomma, paghi subito un bel gruzzolo, ma non sempre il guadagno pensionistico ripaga completamente l’investimento.

Le alternative al riscatto tradizionale

Non sei costretto a riscattare. Sembra strano dirlo, ma a volte non farlo è più intelligente. Dopo la Naspi, potresti proseguire versando contributi volontari all’INPS. È una specie di piano pensionistico fai-da-te dove decidi tu quanto pagare ogni mese.

In alternativa, ci sono le Forme pensionistiche complementari, i famosi fondi pensione. Questi strumenti offrono vantaggi fiscali interessanti: i versamenti sono deducibili dal reddito, e la tassazione dei rendimenti è ridotta. Se hai la possibilità economica, iscritti a un fondo pensione privato o aziendale dopo la Naspi potrebbe essere più conveniente del riscatto diretto.

Ho visto molti lavoratori in questa posizione scegliere di aspettare. Aspettare cosa? Un nuovo lavoro regolare, che ridischioda nuovamente la contribuzione obbligatoria. Se trovi un’occupazione anche part-time, riprenderebbero i versamenti automatici dell’INPS, e il periodo di Naspi si aggiungerebbe comunque ai fini del calcolo pensionistico.

Come non perdere quota dell’assegno: la strategia intelligente

Ecco il punto cruciale. Se decidi di riscattare, fallo con consapevolezza. Non saltare questo passaggio: fatti fare un preventivo scritto dall’INPS. Puoi richiederlo gratuitamente. Sapere esattamente quanto costa e quanto guadagnerai in termini di importo pensionistico è fondamentale per non sbagliare.

Confronta tre scenari: riscattare tutto, riscattare in parte, non riscattare affatto e aspettare. Fai i conti. Per ogni scenario, proietta l’importo annuale della tua futura pensione e valuta il break-even, cioè dopo quanti anni di pensione recupererai il denaro speso.

Se il riscatto costa 12mila euro e ti aumenta la pensione mensile di 80 euro, avrai bisogno di 150 mesi—quasi 13 anni—per recuperare l’investimento. Se vivi fino a 95 anni, ok, ma se i calcoli dicono che raggiungerai i 85, allora il riscatto non ti conviene affatto.

Un’altra strategia: il riscatto rateale. Non tutti sanno che puoi riscattare i contributi pagandoli a rate mensili, senza versare tutto in una volta. Così distribuisci l’onere nel tempo. L’INPS applica ovviamente gli interessi, ma almeno non svuoti il conto in un colpo solo.

Attenzione ai termini di prescrizione

C’è un altro dettaglio fondamentale: il tempo. Non puoi aspettare all’infinito. In generale, il riscatto dei periodi di disoccupazione coperta da Naspi deve essere fatto entro determinati termini, pena la perdita del diritto. Le scadenze variano a seconda della normativa vigente, quindi contatta l’INPS o un consulente di fiducia per non rimanere sorpreso da una chiusura imprevista della finestra temporale.

Qual è la decisione giusta per te?

Non esiste una risposta universale. Dipende da quanto denaro hai disponibile, da quanti anni mancano alla pensione, dalle tue proiezioni di vita, dal regime fiscale in cui ti trovi. Se sei a rischio povertà in pensione, il riscatto potrebbe essere uno sforzo necessario. Se invece la tua situazione è più confortevole, potrebbe essere denaro sprecato.

Il mio consiglio? Non decidere da solo. Rivolgiti a un centro di assistenza fiscale, a un commercialista, o contatta direttamente l’INPS per una consulenza personalizzata. Il costo di una consulenza è ridicolo rispetto al beneficio potenziale di una scelta consapevole.

Ricorda: la tua pensione futura dipende dalle scelte che fai oggi. Non affrettarti, non improvvisare. Informati bene e decidi con serenità.

Gianfranco Quintarelli

Ex responsabile del personale in una società di servizi, Gianfranco ha gestito negli anni centinaia di pratiche per i dipendenti in uscita. Ora, appassionato di scrittura sociale, racconta aneddoti sulla pensione e sulle domande più frequenti dei lavoratori prossimi al traguardo.